Dance of Death

But I'll never go dancing no more 'til I dance with the dead


La guerra, la gloria e la morte - Parte II
Le scene di combattimento dovrebbero essere molto frequenti in un genere in cui la gloria è data dal coraggio in battaglia, cosa che spesso avviene anche nel fantasy. Nell'epica, in quanto celebrazione di nobili campioni, è sempre così: ciò non vale anche per le truppe, che sono invece solo lo scenario in cui le imprese degli eroi possono assumere risalto.
Il combattimento assume l'immagine di un solo eroe che acquista gloria uccidendo numerosi guerrieri e compiendo atti valorosi. Tuttavia ciò che conta non è sterminare truppe anonime (come invece si crede oggi), pertanto il momento culminante per il valore dell'eroe è il duello.
Il momento culminante nel racconto epico è quindi il duello: gli eroi si confrontano, prima di affrontarsi, con vanterie e minacce; poi usano le loro armi e il sopravvissuto si gloria e irride l'ucciso. Uno schema antichissimo, sopravvissuto fino ai nostri giorni come scena finale, per esempio, di ogni film western.
Umberto LesiL'epica
Nel duello le uniche compagne dell'eroe sono le sue armi.
Nell'epica armi potenti sono quelle forgiate per Gilgamesh ed Enkidu e la vestizione dell'armatura è un rito che l'eroe esegue con lentezza, consapevole del valore rituale di questo probabile ultimo momento di vita. Perché nel duello, come direbbe Martin, o si vince o si muore, nella maggior parte dei casi.
Cito di seguito un approfondimento sulle armi e armature omeriche che potrebbe rivelarsi interessante per molti:
Sono particolarmente i poemi omerici (specie l'Iliade) a descrivere armature; va tuttavia notato che spesso vengono citate insieme armi di età diverse (per esempio di bronzo e di ferro) a causa dell'accumularsi di formule della tradizione orale. L'elmo, assicurato al collo da una cinghia, era di cuoio con piastre di metallo di rinforzo e uno o più cimieri sui quali si ergevano ciuffi di crini di cavallo, per rendere più terribile l'aspetto del guerriero. La corazza era formata da due parti unite intorno al torace da fermagli o da una cintura: costruita in metallo, cuoio o lino rinforzati con lamine: gli arcieri spesso non la portavano.
Nello scudo, su una intelaiatura che forniva anche l'imbracciatura venivano stese pelli bovine, talvolta rinforzate da strati di metallo. L'Iliade presenta indifferentemente sia il modello più arcaico, grande  e rettangolare, sia quello più recente a forma circolare, di dimensioni ridotte.
L'asta, di varie misure, di norma aveva la punta in bronzo. Straordinaria è quella posseduta da Achille, un'arma appartenuta al centauro Chirone e fatta col frassino del monte Pelio: solo l'eroe è in grado di di utilizzarla. La spada, metallica, veniva fissata al manico tramite delle borchie, anche di materiale prezioso. Chiusa in un fodero, essa rimaneva appesa alle spalle del combattente.
L'arco era un'arma meno apprezzata e spesso additata come segno di vigliaccheria. Nonostante ciò importanti divinità, come Apollo e Artemide, se ne gloriano: se il loro arco è d'argento, quello del troiano Pandaro è solo di corno, rifinito con anelli d'oro alle estremità.
Le frecce, nella faretra a spalla, sono dotate di alette e di fermagli per bloccare la punta metallica. L'arciere tira da lontano; altrimenti si fa proteggere dallo scudo di un compagno.
Il guerriero talvolta si limita a prendere prigionieri da cui ottener eun ricco riscatto, ma spesso la furia omicida prevale in lui: il combattimento assume allora caratteristiche di estrema violenza e crudeltà. Esiste quindi un'etica guerriera che presenta una visione della vita umana opposta a quella comune, ben visibile nelle dure parole di Achille a un nemico supplichevole: 
"Ma, caro mio, muori anche tu! Perché lamentarti così?
Anche Patroclo è morto, di te tanto più forte,
non vedi come anch'io sono alto e bello?
Sono di nobile padre, per madre m'ha partorito una dea:
eppure sovrasta anche me la morte e il duro destino."
Umberto LesiL'epica 
Moires
(Artista: alivia-cauldwell)
La morte
La morte per l'eroe è il culmine di un cammino lento e doloroso, ma non è una catarsi: è solo lo spezzarsi di un filo al termine del quale o la gloria o l'oblio. Raramente l'eroe vuole essere ricordato come un benefattore o come un efferato assassino: ciò che vuole è la gloria. Achille è chiaramente l'epitome di questo concetto e pensiero, ossessionato dalla fama tanto da sacrificare la felicità futura vaticinata dalla madre ninfa Theti.
L'eroe, intoltre, agisce spesso per proprio tornaconto: Achille era pronto a lasciare la guerra per capriccio, e la riprende non perché voglia la vittoria della propria fazione, ma per l'ira suscitata dalla morte di Patroclo. L'eroe è egoista e ciò che accade è solo contingente alla sua volontà: in questo caso i Greci hanno l'eroe più forte, un semidio, che trova la sua controparte in Ettore, troiano del tutto umano, ma coraggioso quanto se non più di Achille, che attacca consapevole della propria superiorità, mentre Ettore deve fare i conti con la propria umanità.

Donare o ricevere la morte nella nostra epoca assumono i connotati di ingiustizie: non è giusto che un bambino venga strappato dai propri genitori, così come in un mondo retto da Dio giusto non succederebbe che vite innocenti vengano infrante.
Nell'antichità gli uomini non indagano la giustizia: è il campo degli dèi. Il destino è nelle dita delle Moire, che tessono il filo e lo recidono quando è giunto il momento: nessuno, né uomo né dio, può contrastarlo. Anzi, gli dèi stessi si piegano a questa consapevolezza: quando uno dei due piatti della bilancia del destino scende, la sorte è segnata e il destino deve compiersi.
Ne nasce una visione deterministica dell'universo che non siamo pronti ad accettare: il protagonista o il suo antagonista devono avere controllo della situazione. L'idea che tutto sia già deciso e che noi non siamo che attori a scadenza sul palcoscenico è destabilizzante: è una forza incontrastabile che ci annichilische come un Grande Antico. L'inevitabile non può esistere.

Avatar of Justice for Talisman
(artista: feliciacano)
Tutto si riduce nella scala morale a cui siamo abituati: se avviene un torto qualcuno ha sbagliato. Le conseguenze esigono un colpevole, e lo trovano, indipendentemente dal fatto che sia logico o meno. Nihal, eroina del Mondo Emerso, viene trattata ingiustamente: l'Accademia, che ha sempre e solo accettato adepti maschi, si comporta inquamente quando le proibisce l'ingresso e lei lo dimostra, battendo mezza accademia da sola.
Nihal, però, non è Achille e quando si tratta di essere l'ago della bilancia nella guerra contro il Tiranno la sua credibilità eroica crolla: necessita di un talismano, di un potere che la sovrasta, che non ha in sé. Elric invece è l'ago della bilancia del mondo in cui è Campione Eterno: è lui a decidere le sorti dell'una o dell'altra fazione. Ogni volta che sceglie, compie un genocidio, è un'eroe con più scrupoli di Achille, ma altrettanto sanguinario. Altrettanto potente.
Anch'egli è costretto ad accettare una condizione che non ha scelto: lui è il Campione Eterno, ne subisce l'influsso e porta a termine il suo compito pur tra mille dubbi, così come Achille che conosce il proprio destino e lo affronta, senza remore.

La morte dell'eroe assume la connotazione di un'interruzione fatale, delle sue gesta, del suo glorioso cammino, delle sue sofferenze e delle possiblità di gioia: Ken sei libero, l'unico, l'ultimo angelo. Mai tu vivrai giorni felici.


L'Eroe Solitario
Ken il Guerriero non è il primo prototipo di eroe solitario. Come il suo stesso creatore dichiara, paga il tributo di un'ispirazione derivante dal film Mad Max, in cui l'eroe vaga in un mondo postapocalittico ed è costretto ad affrontare bande di violenti. Lo stesso Mad Max ha lasciato molti strascichi nella filmografia mondiale (basti pensare a Doomsday, di Neil Marshall, la cui eroina impersonata da Rhona Mitra è silenziosa e ha lo stesso compito, seppur non viaggia sempre sola), ma anche Ken come figura ha ispirato molti altri dopo di lui (oso dire Gatsu di Berserkr, che però non conosco come ho già detto e quindi potrebbe essere una grande cavolata. In caso mi correggerete nei commenti).
Hokuto No Ken
(Artista: ErikVonLehmann)

Hokuto no Ken è degno di entrare nell'epica moderna: Ken incarna il concetto nipponico del samurai errante, un combattente solitario che vaga intervenendo contro i sorprusi degli ingiusti. Al di là di disegni che ricordano fisicamente eroi più occidentali che la controparte orientale, del tutto giapponese il concetto della vita eroica: la vittoria non destina alcuna gioia, perché l'eroe deve tributare la propria morte o la perdita delle persone a lui care. La sofferenza per l'eroe è assicurata, e non è un caso che Ken per arrivare al livello più alto della propria arte marziale debba aver conosciuto tristezza e dolore.

L'eroe nel fantasy non è quasi mai solitario, ha sempre un gregario almeno se non una intera compagnia alle spalle. L'eroe non è Atlante che regge sulle proprie spalle le sorti del mondo e del proprio destino, il suo dolore e la solitudine vengono attenuate da amici, alleati e amanti. L'eroe non rimane solo di fronte alla morte, semplicemente perché non muore quasi mai.
Lo scrittore rinvia il destino della sua creatura, nella maggior parte dei casi semplicemente perché non disposto ad accettarne il peso: condannare a morte un personaggio è come sacrificare un figlio. Ciò non avviene ovviamente quando si intesse un mosaico di personaggi equivalenti come quello Martiniano (nessuno, infatti, è superiore o prevalente agli altri), il sacrificio spesso non viene nemmeno accettato, come nel cado delle morti di Sherlock Holmes e di James Bond, riportati alla vita dai propri autori sotto la pressione del pubblico.
La morte dell'eroe svuota il mondo del suo significato, lasciandolo grigio e incolore di fronte al sangue, ben più vivido, alla maniera di Sin City: nessuno cerca il dolore quando legge, del resto, ma solo lo svago no?
Ed è qui che si concretizza la finzione: negare ciò che il lettore non desidera rende l'esperienza di lettura fittizia. La realtà non si risparmia mai per il bene di chi la vive, così non dovrebbe farlo chi narra fatti "realmente accaduti", come l'epica ci ha insegnato.

Bonus Track.

Sigla.


The Last Crusade

Get ready to chase the final victory

La guerra, la gloria e la morte - Parte I
È difficile ricostruire quali fonti e quale ruolo avesse la poesia nel mondo antico: la distanza temporale limita il numero e il valore delle testimonianze. Le fonti migliori per studiare questi problemi, i poemi stessi, insistono su un punto: l'autore intende raccontare una storia vera.
Umberto LesiL'epica 
Quante volte abbiamo sentito la ormai famigerata frase "tanto è fantasy"?
Per capire cosa tanto mi indigna bisogna risalire all'anno in cui scoprii Il Signore degli Anelli. Avvenne tardi perché io lessi il libro dopo aver visto il film, dopo averlo visto un centinaio di volte con tanto di commento di Peter Jackson.
Non voglio aprire una faida tra i puristi e chi invece apprezza anche il film, ma quando Peter Jackson parlava degli elfi fece un'affermazione illuminante: dovettero provare molte volte il trucco, perché all'inizio sembravano attori vestiti da elfi, non vere creature della Terra di Mezzo.

Oggi sembra che debba esistere una demarcazione netta tra la realtà e il fantasy, quasi un confine, ben difeso, perché il fanciullo non incorra nell'errore di credere che quel mondo possa essere reale. Al di là della scarsa considerazione del fanciullo in questione, creduto un povero scemo e mentecatto che non distingue la realtà dalla fantasia, ci si chiede perché mai operare una scelta del genere.
So già che molti potrebbero portare illustri esempi, come i bambini che credendosi Peter Pan si buttano dalla finestra o i genitori che trascurano i figli per giocare a WoW. Perfetto, vogliamo fare questo gioco? Facciamolo.


Blizzard presenta: la sintesi dei mali del mondo.
2012
I malati di mente, o comunque coloro che vivono in un mondo alternativo e non nel nostro, ci sono sempre stati. C'erano prima dei videogiochi, e c'erano anche prima di Tolkien. Che vogliamo fare? Diamo la colpa al Beowulf?
Queste sono chiaramente tutte fesserie, che finiscono in bocca a chi ha sempre voglia di generalizzare senza neanche darsi la briga di accendere il cervello, perciò noi non consideremo questo punto. Invece potremmo considerare: come mai gli autori fantasy si sentono in dovere di sottolineare, consciamente o meno, che quel mondo è fittizio?
Una protesta sensata potrebbe essere che sia molto difficile far credere all'esistenza di un uomo lucertola. Rigetto questa tesi: l'uomo ha sempre avuto, nella maggior parte, la propensione a credere. Non solo nella fede, ma anche nella superstizione: l'uomo è fatto per le storie e vuole crederci. Nonostante l'era moderna i cosiddetti creduloni non sono scomparsi: si sono spostati.
Difficilmente qualcuno oggi crederebbe in licantropi e vampiri come vicini di casa, in quanto la medicina moderna e i mezzi di osservazione concedono con buona sicurezza che non esistano. Ma una marea di gente crede negli extra-terrestri, per esempio. Il campo dell'ignoto non è scomparso: si è spostato.
Possiamo dunque dire che la natura curiosa e disposta ad ammettere ciò che sembra assurdo è rimasta.

Convincere uno scettico resta difficile oggi come era difficile ieri, ma generalmente chi è disposto a leggere fantasy è già molto predisposto: sapete qual è la bellezza di un gioco di ruolo, qualsiasi esso sia? Ve lo dice la bambola: l'immedesimazione.
Se non si vede, sente e vive come il proprio personaggio è tutto inutile: si trasforma in sterile EUMATE, per cui varrebbe lo stesso giocare a Monopoly o a Risiko.
La capacità di delineare una personalità a un personaggio e di attenercisi, qui nasce il gioco di ruolo. Per un libro non dovrebbe essere diverso, solo che ci si dovrà immedesimare nella psicologia tracciata da qualcun altro. E questo, ovviamente, diventa un compito arduo per lo scrittore. Non tutti devono per forza fare gli scrittori, no? Al mondo c'è anche bisogno di altre figure professionali.


Achille
(artista: bayanghitam)


La questione Omerica
Oggi si è diffusa l'idea che il narratore debba essere trasparente. Quando va bene non deve apparire mai: i suoi giudizi sono fuori luogo, distolgono il lettore dai fatti, lo strappano via all'azione con una parola di troppo. Generalmente sarei d'accordo: se mi comparisse a metà film il regista davanti alla telecamera che mi spiega che cosa sta facendo il suo protagonista e perché questo sia sbagliato, avrei buttato il prezzo del biglietto.
Tuttavia la letteratura non è il cinema.
La mancanza più avvertita dal poeta epico è quella della dimensione visiva nella sua narrazione, poiché né lui né tantomeno chi lo ascolta possono vedere con i loro occhi le azioni degli eroi, svoltesi in luoghi lontani e difficili da raggiungere. Inoltre sarebbe fisicamente pericoloso per uno spettatore assistere ai sanguinosi combattimenti.
Umberto LesiL'epica 
Ricordiamoci che l'epica ha la pretesa di essere una storia reale.
La desensibilizzazione moderna ci ha portato a esplorare tutto: ciò che negli anni passati veniva lasciato intendere (i crimini più efferati, le sevizie da parte del torturatore, e così via) oggi è messo a nudo. Scene di sesso esplicito ci sono anche nei film più impensabili: è la nostra cultura, tendente perennemente all'eccesso.
Il velo è stato del tutto squarciato e quello che c'è al di là, beh, non è altro che quello che ci aspettavamo e che c'era anche prima. Ci siamo sollevati e abbiamo smesso di guardare le ombre nella caverna, per accorgerci che quello che ci stava alle spalle erano solo altre ombre, ma più nitide, più crudeli e più pericolose.
Il narratore non è più chi ci canta una storia prima di andare a letto, è una presenza impalpabile, non è un dio né un giudice. Non c'è alcuna mano che ci tiene nella discesa nell'orrore e nello stupore: siamo noi ad avventurarci da soli, con tutto ciò che questo comporta.
Gli antichi non la vedevano così: i cantori utilizzavano similitudini e metafore, oggi genericamente disprezzate, per paragonare gesta e sentimenti degli eroi a situazioni conosciute al pubblico.
"Senza alcuna fatica, come al mare spiana la sabbiaun bambino, che dopo aver fatto un muretto per gioco,lo butta giù di nuovo, per divertirsi, con le mani e coi piedi."
Questo è il modo in cui Omero discrive la facilità con cui Apollo distrugge le fortificazioni dei Greci per proteggere l'accampamento sul mare. La forza inarrestabile della divinità viene rappresentata dalla figura riconosciuta come più innocente e debole, un bambino, ed è quasi paradossale come metafora, dato che il capriccio di un bambino non genera danni, ma quello della divinità invece distrugge anni di sforzi umani.
La facilità, a ben vedere, è comunque la stessa, e volendo umanizzare gli dei anche lo spirito: agli occhi del bambino non è che un muretto di sabbia, inutile, irrilevante, così come agli occhi di un dio lo è una fortificazione umana.
La sabbia nulla può contro il bambino, gli umani sono annichiliti contro la divinità distruttrice, che "gioca" col loro destino.


Apollo, ispirazione da Immortals
(artista: ~Konnee)
La similitudine e la metafora usate dal narratore sono strumenti che mettono in collegamento due mondi: quello di chi legge e quello dei fatti narrati. Quante volte ci risulta incomprensibile comprendere le azioni degli uomini antichi, abituati come siamo alla modernità e alle nostre leggi?
Un ciclo di documentari di History Channel, chiamato "Il lato oscuro del potere", utilizza spesso questa tecnica: quando si parla di qualcosa di antico, come ad esempio un banchetto, viene mostrata una tavola moderna imbandita. Il paragone e la comprensione divengono subito chiare, permettendo a chi guarda di contestualizzare a pieno la situazione descritta.
Può risultare ostico come concetto perché è più che evidente che spesso noi rifuggiamo la modernità e ricerchiamo in un passato mitico i valori che sentiamo di non avere nel nostro presente. Inoltre può risultare offensivo: nell'era dell'alfabetizzazione perché qualcuno non dovrebbe capire i concetti all'interno di un libro?
La risposta è semplice: l'alfabetizzazione ci ha resi in grado di leggere e scrivere, non di capire cosa viene letto. C'è la mal riposta fiducia che l'essere umano nel 2012 sia più intelligente di quello del 100 a.C., ma la verità è che è solamente più colto, e sempre in modo proporzionale.
Frequentare la scuola dell'obbligo ci rende, in scala, sapienti quanto un contadino dei secoli scorsi. La ricerca della conoscenza non può poggiare su basi scolastiche; l'unica cosa che ci consente la scuola, oltre alla comunicazione globale ormai d'obbligo, è saper fare quelle poche citazioni da Il fu Mattia Pascal e simili.

È una caratteristica stessa dell'umanità, ciclica e immutabile: pochi si dedicano alla scienza, pochi si dedicano alla filosofia, pochi si dedicano alla religione, il resto si dedica alla vita in sé, il cosiddetto uomo comune. Non c'è nulla di male, ma sovrabbonda così tanto che sarebbe il caso di non mettere l'uomo comune anche al centro dei libri, che invece dovrebbero, imho, parlare di uomini e concetti straordinari nel loro genere, che sia nel bene o nel male. O anche al di là del bene e del male.


A ogni modo, ce n'è anche per il raccontato:
"Il punto di vista di un personaggio può essere rilevato anche in maniera implicita, senza ricorrere al discorso diretto. Quando il valoroso Menelao incontra nel campo di battaglia il vile Paride, "gioì come un leon in grossa preda imbattutosi, / che abbia trovato un cervo cornuto o un capro selvatico, / quando è affamato" (Iliade, III, vv. 23 - 25)".
Le figure retoriche sono strumenti molto potenti, che aprono il campo alla simbologia. L'immagine di un leone che gioisce di aver trovato la preda è così ferina e al di là della logica umana da sembrare ancora più brutale, brutale quanto un uomo non potrebbe mai essere. La simbologia per cui sbrodolano i Martiniani per le sue casate, non è certo un'invenzione di Martin, tuttavia è stata una bella idea quella di sfruttare un simile elemento per dare un'immagine simbolica così netta e poetica, in netto contrasto con un mondo che ne è privo, perso nei suoi intrighi e nelle sue faccende sin troppo umane.


Omero, nella sua maestria, ci dimostra che è possibile anche il contrario:
Il poeta sa percorrere anche il cammino opposto, descrivendo cioè l'astratto per mezzo del concreto, come nel caso del cuore, pieno di rabbia, di Odisseo: "Come una cagna, schermendo i teneri cuccioli, / ignara dell'uomo, abbaia ed è pronta a combattere, / così latrava dentro di lui, sdegnato per le azioni cattive." (Odissea, XX, vv 14 - 16).
Oggi tutto questo non sarebbe possibile. La poetica, l'arte dell'immagine ispirata ha cessato di esistere, in favore di un'immagine più nitida, più immediata, più cruda e dettagliata: ogni ombra deve tracciare l'esatto confine dell'oggetto che la proietta, non è certo libera di andarsene in giro come quella di Peter Pan.
Oggi significato e significante coincidono: lo scrittore non dev'essere l'artista in grado di far comprendere un'opera più complessa di lui, divina persino, al proprio pubblico di ben più moderata levatura, anzi, lo scrittore dev'essere solo il proiettore di immagini immediatamente riconoscibili perché tracciate in ogni minimo dettaglio.
For Dummies, insomma.
Oggi tutti sono scrittori, così come tutti sono potenziali lettori. Lo scrittore non deve pensare in qualche modo a procacciarsi il pane: ci penserà il marketing, e una bella e colorata immagine di copertina.


Sigla.



Nel prossimo articolo: le armi del guerriero, la scena tipica del duello e Hokuto No Ken.

And the story ends

What can I do on this road to nowhere?

Ho dovuto pensarci un bel po'. La discussione generata dall'ultimo post mi ha un po' annichilito, chiedendomi quale sia il Bene e quale sia il Male, tanto per rimanere sul tema sollevato dal Dr Jack.
Non riesco a essere concordo che il conflitto morale sia ciò su cui debba ruotare la storia. Inoltre l'antropocentrismo, imho, è ancora la chiave di tutto. Un esempio:
La difficoltà della sfida è fonta di conflitto, ma non di conflitto morale, perché non mette in dubbio i valori. Se qualcuno volesse distruggere il mondo non avresti un conflitto di valori. I valori principali del personaggio, come famiglia, onore, amicizia, sarebbero tutti allineati e direbbero: SALVA IL MONDO!
Dr Jack, L'evoluzione del fantasy oggi (commenti)
Sono combattuta.
Sono combattuta nel chiedermi se sia anormale che io consideri che il genocidio di una razza (in questo caso gli orchetti) venga data per scontata come ideale del Bene semplicemente perché da una parte le creature sono tutte umanoidi e aggraziate e dall'altra non lo sono, o se invece mi sto fasciando la testa (inutilmente visto che è di metallo) e non consideri un fattore fondamentale: coloro che indicano una netta separazione tra Bene e Male sono i primi ad operarlo con il pilota automatico.
Del resto è logico.

A questo punto, incapace di venire a capo da sola di questi enormi problemi dell'umanità e rinunciando volontariamente a dare una definizione di buona e cattiva narrativa, di cosa sia letteratura di genere e cosa sia arte, lascio perdere, in fondo ognuno può pensarla come vuole. Siamo in fondo alla catena alimentare, non cambierebbe niente comunque.

Passiamo a una tematica più interessante; non basta un articolo a contenerla e indi:

Il mito, l'epica e il fantasy
Gods - Myth
(artista: GENZOMAN)
In onore del fantasy poco innovativo e troppo derivativo, ne farò una trilogia con buona pace di tutto, perché la roba materialmente altrimenti non ci sta. Gli spunti (e alcuni brani) sono ripresi dal mio libro di epica (sì, esiste, credeteci) del liceo, precisamente un'antologia di Umberto Lesi chiamata appunto "L'epica", Editori Laterza.
Il mito racconta una storia sacra: riferisce un evento che ha avuto luogo in un tempo primordiale, il tempo favoloso degli inizi.

Mircea Eliade
 Iniziamo con le distinzioni tra mito ed epica che pone Lesi:

  • il mito è un racconto che, però, non nasce con intento d'intrattenimento (come accade invece oggi con il fantasy molto spesso), ma come veicolo di significati simbolici, religiosi e storici trasmessi da una generazione all'altra;
  • il mito indica un'origine e parla generalmente di un tempo primordiale, mirando a raccontare la genesi di una civiltà;
  • il mito è storia sacra, in quanto i protagonisti sono divinità o creature semi-divine che operano nell'origine del mondo o di una civiltà, ma sopratutto anche perché la storia raccontata dal mito deve essere considerata sacra in quanto "vera". Non si presenta come invenzione, bensì come una saggezza meritevole di essere tramandata;
  • il mito non ha un'autore, mentre l'epica sì. Il singolo può solo raccontare e tramandare la storia nelle vesti di aedo, ma mai aver plasmato quell'insieme di conoscenze su cui si regge un intero popolo;
  • il mito insegna. Le avventure degli dei, degli uomini, dei semidei e degli eroi costituiscono un modello di comportamento adatti alla società che li ha creati e in prospettiva di un buon futuro. Il mito contiene in se stesso significati simbolici e archetipi;
  • l'epica è una delle prime espressioni poetiche mai esistite, nata nel tentativo di narrare questi miti. 

E il fantasy?

Forse leggendo l'elenco di cui sopra è più facile capire cosa Tolkien volesse fare della propria produzione letteraria. "Il Silmarillion" e "Il Signore degli Anelli" esprimono questa tendenza al suo apice: il primo è la narrazione della genesi di Arda, del suo passato mitico e degli eroi che hanno plasmato il mondo fino a consegnarlo agli eredi, che nel secondo combattono l'ultima epica battaglia prima che il mondo cambi, diventando irrimediabilmente privo della poetica antica. Gli elfi lasciano i Porti Grigi e con loro le origini scompaiono.

Diventa chiaro, a posteriori, come Tolkien profetizzi in qualche modo la cultura che verrà: in molti oggi ritengono che il fantasy non ha bisogno di archetipi e di simbolismi, solo di mera immagine. Tutto punta all'estetica estremizzata, anzi, espansa in ogni aspetto: l'immagine evocata nel lettore dev'essere nuova ed evocativa, perché il concetto, espresso con termini diversi e già usati, non risuonerebbe abbastanza forte.
Il mondo non ha bisogno di eroi, ma solo di capri espiatori: ben lungi dall'essere ago della bilancia tra Bene e Male, o Sopravvivenza e Fine, gli eroi diventano gli emarginati, perché essere diversi dal resto del gregge non è più una virtù, diventa una condanna.
Il popolo non ama e cerca un Campione, ma anzi, gli mette i bastoni tra le ruote. Gli dei e i semidei non esistono più, lasciati fuori dalla sfera di influenza, a sottolineare il pesante pessimismo spirituale.
Il mondo del 2012 è un mondo abbandonato da Dio e questo si riflette in un fantasy che non ha più signori immortali, bensì fatine armate ed elfi nelle riserve.
Il fantasy degli anni zero è un fantasy spaventosamente realistico. Al di là della maschera di un'originalità astrusa, assolutamente necessaria per non far trasparire il fatto che sia ricalcato su carta carbone dal mondo reale, riflette l'amarezza e la disillusione dei nostri tempi.
Non ci sono insegnamenti o modelli comportamentali nel fantasy di oggi. È un fantasy incazzato e ibrido, che se mai ha avuto una componente mitica, l'ha persa del tutto con i Porti Grigi.

I Porti Grigi di John Howe

Tramonto e Rinascita
Col trascorrere dei millenni e dei secoli il poema epico subisce una profonda trasformazione: non muore, ma abbandona quasi completamente il carattere culturalmente complesso che aveva in origine e diventa un'opera letteraria nella quale il mito non ha più il vigore e l'importanza conoscitiva primitivi. Si trasforma in un repertorio di belle storie, radicate nel patrimonio culturale del popolo che, se mantengono un valore morale, servono all'autore solo per una bella narrazione.

Umberto Lesi, L'epica
Difficile non riconoscere in queste parole ciò che accade, per dirle con le parole di Dr Jack, nell'evoluzione del fantasy oggi.
La convinzione che il fantasy non possa essere letteratura degna di merito come ogni altro genere, permeata persino tra i suoi lettori e radicatasi subdolamente nelle loro opinioni, cancella qualsiasi velleità artistica e rimanda il genere a un calderone di belle storie.
"In questo senso, dunque, si può dire che quando il poema epico viene codificato come genere letterario, viene ricondotto all'interno di una concezione del tempo storico, l'antica epica muore", scrive Lesi.
Ma anche il fantasy non se la passa molto bene.

Rimane difficile contestualizzare come si dovrebbe il genere fantastico: la maggior parte delle persone, lo si sa bene, è convinta che si tratti solo di elfi, mappe inventate, qualche anacronismo medievale e il gioco sia fatto.
Come ho già scritto non sono contro le innovazioni, ritengo semplicemente che spesso vengano esagerate. Per fare un esempio China Miéville e le razze della sua Bas-Lag, un'ambientazione che viene spesso additata come un crogiolo pieno di idee mai sentite prima.
Zombi, vampiri, non morti, garuda, esseri umani-insetto, e mille altre razze. Non metto in dubbio che l'effetto possa essere stordente e che crei un panorama davvero unico, ma presi singolarmente gli elementi non sono considerabili innovativi solo perché calati nel guazzabuglio di Bas-Lag.
Io considero del tutto innovativo qualcosa che si crea da zero.
E purtroppo spesso si incappa nell'errore di considerare del tutto nuovo qualcosa perché non si conoscono a fondo i precedenti.

Criticare qualcuno perché ha inserito un unicorno, inflazionato, nella storia, ed esaltare qualcuno che ci mette una chimera perché strada meno battuta rimane sempre, per me, ciurlare pesantemente nel manico.
La chimera è antica quanto, se non più, dell'unicorno.
Una delle confusioni maggiori che si rischia secondo me è di confondere gli strumenti con il fine: l'unicorno e la chimera sono strumenti narrativi per parlare di qualcosa, non il qualcosa di cui parlare. Se desidero parlare dell'emarginazione di una data società, potrò farlo con mille creature, ma dovrò considerare quale strumento sia il più adatto. Se ne "La maschera di Innsmouth" Lovecraft avesse parlato di Uomini-Ratto anziché Uomini-Pesce sarebbe stato meno efficace. Perché? Perché è un villaggio sul mare che parla di invocazioni a semidei marini.
Mi sembra ovvio quale fosse la scelta giusta.

L'odiato elfo, l'odiato orco o quel che volete sono a volte la scelta giusta perché nell'immaginario collettivo hanno una funzione ben precisa, sono archetipi razziali. Sconvolgerli e giocare con essi non può far male, ma continuare a rigirarli per trovarne sempre lati nuovi non ha il minimo senso, è come affermare di voler giocare con le piramidi, salvo fare la faccia storta quando si scopre che hanno quattro soli angoli.
Il fantasy non poggia le proprie radici sulla stramberia, né più né meno come scrivere un'opera fantasy non è fare a gara a chi mette più roba strana in fila. Quelli sono altri giochi, se proprio si vuole, non la scrittura.
Mi vedo costretta a ribadire che considero le "nuove" correnti fantasy come un bene per l'ampia varietà che offrono nel genere.

Half a prayer
(artista: artmunki)

Sei finita a parlare sempre delle stesse cose
Il concetto è quello, ci stiamo ballando intorno da molto tempo, più rigiro la matassa e più mi sembra indistricabile. Non dubito che con chi non è d'accordo con me sembri la stessa cosa.
Fatto sta che io se vado nella lista inglese di Wikipedia di autori fantasy trovo sia J. Abercrombie che J. M. Berrie. Che devo farci? Non posso fare a meno di pensare a quell'infanzia perduta, quella Neverland che è per noi il fantasy del passato. Ora siamo cresciuti tutti e non c'è più spazio per i giochi e per lo stupore che ci causava l'innocenza.
Ora lo stupore dev'essere violenza: l'horror si scioglie in litri di sangue e gore, il fantasy deve avere tutti protagonisti cazzuti mutuati da film e fumetti. L'eroe senza macchia risulta per forza posticcio: come può esistere qualcuno che vuol fare del bene? Qualcuno che davvero non cede alle tentazioni morali di tirare un cazzotto a qualcuno?
Come potrebbe mai esistere qualcuno di tanto simile a Gandhi?
Ops, è esistito.

Non sarà stato perfetto, ma Gandhi incarna esattamente quel "legale buono" che un giorno abbiamo deciso che ci sta sulle palle, così come un giorno ci siamo stancati dell'epica e abbiamo deciso che vogliamo stare noi al centro di quella storia. E nessuno di noi si identifica con la bella del liceo, meglio Ugly Betty. Basta atti eroici e pene per il destino dell'umanità!
Meglio un bastardo sanguinario. Si sa, tutti noi vorremmo essere i più cattivi della storia.

Il terrore non si incarna più nella minaccia di Smaug, un male antico e selvaggio che non si può dominare. Il male è dentro di noi, il cancro dell'umanità, il male è in chi ci circonda. Perché l'innocenza dell'umanità è perduta, perché chi è buono e caritatevole in un mondo di carogne diventa l'anello debole.
Perché l'eroe ci fa vergognare di ciò che siamo diventati, ed è molto meglio considerare che non sia mai potuto esistere. Che non sia realistico, che sia posticcio, di cosa stanno cercando di convincerci gli antichi?
Che tra gli stupratori e gli assassini, che sono sempre esistiti, quei rari campioni di virtù fossero altro che mistificazioni?
L'eroe, quando è tale, muore male. Eddard Stark fa una (meritatissima) pessima fine per essere l'imitatore dei cavalieri senza macchia, un imitatore amatissimo ma che trovo personalmente un insulto a tutta la categoria, visto che più che onore dimostra stupidità.

Eppure, giorno dopo giorno, mi rendo conto di quanto mi manchi la Terra di Mezzo. E io non sono una Tolkeniana accanita, va detto. Eppure nessun altro mondo fantastico, a parte quello dipinto dalla mitologia antica, mi ha mai fatto sentire più spiritualmente a casa.
Perché a volte c'è bisogno di arrestare la discesa nelle tenebre, in cui anche ciò che è puro, come un unicorno, deve essere corrotto. Più penso alla luce di Eärendil che Galadriel dona a Frodo e più mi rendo conto di comprendere solo ora il significato il quel gesto.

Personalmente toccando alcuni sottogeneri del fantasy non sento un cuore pulsante, ma solo il ronzio di un macchinario. Probabile che sia un mio difetto, questo. Però non amo sentirmi dire che ciò che per me è una creatura viva sia una cosa da serie B.
No, non mi piace proprio.
Perché non credo che sia così.

Fantasy destinato all'estinzione. Never mind.
("The last fight", by rodmendez)


Ringraziamo tutti il fatto che non esista un solo video dei Blind Guardian della canzone su Youtube che non sia bloccato nel nostro paese.
Grazie Emi.

Ci farei del [rickrolling necessario] ma sono fuori tempo massimo di almeno un anno, e allora:

No one ever dares to speak, it's nothing else but fantasy
It's make believe. Make believe
No one ever dares to speak, it's nothing else but fantasy
But one day it all will come to life