Into the Storm


We are following the will of the One, through the dark age and into the storm

Bene. Ho finito "Il sangue degli Elfi".
Parere: leggetelo solo se non avete di meglio da fare, laddove anche stirare calzini è un'occupazione più soddisfacente.
Nonostante sia stata un'esperienza scialba e insignificante, non è detto che non la ripeterò leggendo gli altri libi della saga, se la casa editrice Nord vorrà pubblicarli; non sono solita affezionarmi agli autori come fanno gli ultras di King che "del Re" leggerebbero anche una lista della spesa, ma Sapkwoski scrive bene, seppur non sia altrettanto abile nello strutturare una trama.
E ora, cerchiamo di andare con ordine.

Copertina dell'edizione Inglese.
Doppie daghe di Legolas FTW.

Innanzitutto "Krew elfów", come da titolo originale, è il primo dei cinque romanzi che vedono protagonista Geralt di Rivia alle prese con il suo mondo. Chiariamo subito un punto: trattasi di mondo fantasy generico come ce ne sono tanti altri. Qualche terra, qualche isola talmente rimarcata dalla storia vichinga che ci sono drakkar e jarl, creature piuttosto comuni nell'ambito fantastico come vampiri ed elfi, e così via.

A dispetto del titolo, nel libro di elfi ce ne sono pochi, almeno in senso stretto. Durante la recensione farò anche degli spoiler, senza avvisare, se non li volete, non leggete.

Subito dopo terminata la lettura ho cercato qualche recensione sul web. Le ho trovate tutte abbastanza positive e devo dire che la cosa mi ha lasciato perplessa; chiariamoci: questo romanzo non è paragonabile all'immondizia che la nostra editoria continua a defecare allegramente dentro le librerie italiane, ma d'altra parte non è neanche un romanzo che rasenti la sufficienza.

Le recensioni sono questa e questa.
Partiamo dalla prima.
Molto interessante la descrizione dell'addestramento cui vengono sottoposti gli aspiranti strighi e anche Ciri, confesso che mi piacerebbe molto leggere una sorta di prequel per vivere l'infanzia di Geralt e la sua mutazione.
Sangue degli Elfi è quello che molti chiamano un romanzo di formazione: una noiosa e minuziosa descrizione di quattrocento pagine su cosa la bambina Ciri impari, dagli strighi, dalle sacerdotesse e dalla maga Yennefer. In particolare le ultime cinquanta pagine sono qualcosa di soporifero: interminabili dialoghi tra le due che fanno risaltare un'idea alquanto grottesca per Sapkwoski del genere femminile.
Questo è uno dei principali difetti: le donne del romanzo sono tutte identiche. Isteriche, altezzose, ribelli, galline da stia con un visetto carino e una certa tendenza ad abbindolare gli uomini.
La parte in cui si parla del menarca e delle mestruazioni di Ciri è semplicemente incredibile: a quanto pare cinque strighi che, ricordiamo, secondo mutazione hanno sensi ultra-sviluppati che vengono anche potenziati dalle sostanze che prendono, non si sono accorti che la ragazza sanguinasse. Il che presenta due incongruenze gravi:
  • Sapkwoski non è mai stato ragazzina e lo possiamo perdonare, ma è sicuro che nessuna ragazza che non abbia mai sanguinato prima, quando lo fa non è così pronta da reagire con il silenzio. Neanche per la vergogna. Da questo punto di vista Stephen King in Carry ha fatto molto di meglio (probabilmente perché la moglie gli corregge le bozze), il pensiero che questa riesca a calcolarsi perfettamente il ciclo mensile e a soffocarlo sotto strati di tessuti che poi qualcuno avrà anche dovuto lavare lordi di sangue è impensabile;
  • gli animali sentono tutti l'odore del ciclo mestruale, è un dato di fatto. I loro sensi gli permettono, anche perché non si tratta di un odore leggero, ma parecchio intenso. Ergo questo paragrafo è del tutto insensato, nonché solo un'occasione per la maga Triss Merigold di dare libero spettacolo su quanto sia insopportabile.
Senza parlare dello stereotipo di donna che piace a Geralt, e per sua fortuna tutte le donne del suo mondo sono identiche, dalle regine alle studentesse di medicina (ci torniamo dopo). La regina Calanthe, sua nipote Ciri, le due maghe, tutte identiche. Faceva eccezione Pavetta nei racconti, che all'estremo opposto era la tipica timidona, che comunque nel romanzo non c'è.
Ciri è una sorta di Arya molto meno riuscita e di gran lunga più imbarazzante; in alcuni frangenti sembra di vedere Lilo. Peccato che abbiano due età completamente differenti, specialmente in un modo come quello di Sapkwoski, ormai Ciri dovrebbe essere quasi una donna e a volte invece dimostra cinque anni di età mentale se tutto va bene.

Un altro dato di fatto imbarazzante: ne Il Sangue degli Elfi succedono meno cose che in Nihal della Terra del Vento, che nonostante sia ugualmente incentrato sulla crescita dell'eroina, fa indubbiamente succedere più eventi interessanti.

E comunque, Paolo Barbieri con trentamila lire la fa meglio.
Concordo invece con parte della recensione di Ilary:
Un'altra cosa che ho notato è che, in questo libro, è molto meno presente l'ironia e il sarcasmo che tanto mi avevano fatto piacere lo stile di Sapkowski. Sì, ogni tanto c'è ancora quel guizzo di ironia, ma molto attenuato. Speravo di farmi qualche bella risata ancora una volta, ma non è stato così. Inoltre, con rammarico, devo dire che c'è anche una parte del libro, quella in cui i vari maghi e regnanti si riuniscono per complottare, che ho trovato davvero noiosa e farraginosa, con dialoghi molto lunghi e a volte confusi, tanto che spesso ho dovuto rileggere le stesse frasi più e più volte per capire il senso del discorso.
Si noti inoltre che è una parte del tutto inutile. Il fantasy di Sapkwoski non è paragonabile a quello di Martin, e con buona pace del suo ego neanche i personaggi sono vagamente tanto interessanti.
Partiamo dallo strigo, Geralt di Rivia, che tutti conoscono appunto per i videogiochi The Witcher e The Witcher 2 - Assassins of Kings. A quanto pare l'autore ha avuto tanto da ridire, ma non se ne può lamentare: questo è il meglio a cui potesse aspirare con materiale di partenza del genere, anzi, dovrebbe ringraziare qualche buona stella.

Geralt che nei racconti si dimostrava un buon personaggio, dal romanzo ne esce massacrato. In passato ho avuto modo di intrattenere diversi scambi di opinioni con drJack sull'argomento, soprattutto sul suo sondaggio che paragonava Geralt di Rivia a Elric di Melniboné.
Nell'articolo Cinque modi per far ricordare un personaggio, drJack sostiene che:
Geralt ha capelli e carnagione diversa dal normale, viene chiamato con il soprannome di Lupo Bianco (legato all'aspetto fisico e al carattere solitario). I suoi occhi gli permettono di vedere al buio grazie alle pupille verticali come quelle di un gatto. Indossa un amuleto magico, simbolo d'appartenenza ai Witcher, e possiede una spada d’argento creata appositamente per uccidere i mostri. Ha un modo di combattere personale tipico da Witcher.
Non è così. Apparentemente certo, questo spiegherebbe il motivo di occhi tanto particolari, ma è Sapkwoski stesso che ci specifica nel romanzo che Geralt ci vede, sente e tutto il resto come una persona normale, finché non assume sostanze alchemiche da strigo:
Geralt ebbe un fremito e deglutì. Passato ormai il primo trauma dovuto all'assunzione dell'elisir, era subentrata la fase in cui il liquido cominciava a fare effetto, segnalata da un leggero ma sgradevole giramento di testa, che accompagnava l'adattamento della vista alle tenebre.
Avveniva rapidamente. L'oscurità della notte si schiariva. il mondo intorno a lui assumeva sfumature grigie, dapprima annebbiate e indistinte, poi sempre più contrastate, chiare e nitide.
Il Sangue degli Elfi, pag. 314
I famosi occhi di gatto" di Geralt non servono assolutamente a nulla, sono una mera mutazione estetica. Il termine non è scelto a caso: Sapkwoski parla sovente di mutazione. La cosa peggiore, è che lo fanno anche i suoi personaggi; nel mondo di Geralt esistono cognizioni mediche, scientifiche ed economiche del tutto moderne, tanto che non si capisce come facciano ad avere una teoria del brodo primordiale ("L'acqua da cui ha avuto origine qualsiasi forma di vita", pag. 364), esistano studiosi che parlano di "degrado ambientale" e di composizione chimica dell'acqua ("La notevole salinità e la composizione atipica dell'acqua, in particolare durante l'alta marea...", pag. 221), ma nessuno abbia neanche mai vagamente pensato alla polvere da sparo. Non si capisce in che genere di epoca storica viva Geralt, ma di certo è un mondo in cui esiste l'ecologia ("I graveir, come i ghul e altri mostri di questa categoria, non hanno una propria nicchia ecologica.", pag. 125).
Senza contare che uno strigo qualsiasi parla di midollo spinale, le maghe di emorragie e ci sono anche altre terminologie mediche molto più specifiche e moderne disseminate in mezzo al libro, che regalano una sensazione di fastidio e anacronismo immane al lettore.
Delle donne che studiano medicina non ne voglio parlare.

Ma il vero cancro di questo romanzo è la verbosità. Esiste un dialogo per ogni sacrosanta cosa, tanto che Geralt incontra un solo mostro in tutto il libro e l'episodio dura due paginette scarse. Non riesce neanche ad ammazzarlo; un evento insignificante annegato in dieci pagine in cui il naturalista ci ammorba con lezioni che ci dimostrano che Andrzej ha fatto i compiti a casa o forse è iscritto a Greenpeace, non so quale delle due.

Il picco avviene quando Ciri si sta allenando con uno degli strighi, e anziché mostrarci l'azione attraverso i fatti, tutto l'allenamento viene presentato con i dialoghi. Non ci credete? Ecco qui.
«Un'altra volta, Ciri. Lo ripeteremo adagio, in modo che tu possa controllare ogni movimento. Guarda, io ti attacco col pugno di terza, mi posizione come volessi dare una stoccata... Perché arretri?»
«Perché so che è una finta! Potresti passare ad attaccarmi da sinistra, o col pugno di quarta e con le dita rivolge verso l'alto. Ma io arretro e paro con un contrattacco!»
«Davvero? E se faccio così?»
«Ahiii! Dovevamo fare adagio! Che errore ho commesso? Dì, Coen!»
«Nessuno. Sono semplicemente più alto e più forte di te.»
«Non è giusto!»
«Non ci sono combattimento giusti. In un combattimento si sfrutta ogni vantaggio e ogni occasione che si presentino. Arretrando, mi hai dato la possibilità d'infondere maggiore forza all'affondo. Invece di arretrare, dovevi fare mezza piroetta a sinistra e provare a colpirmi dal basso, col pugno di quarta, sotto il mento, alla guancia o alla gola.»
«Già, e tu me l'avresti proprio lasciato fare! Avresti fatto una piroetta rovesciata e, prima che riuscissi a eseguire una parata, mi avresti toccato sul lato sinistro del collo! Come faccio a sapere cosa farai?»
«Devi saperlo. E lo sai.»
«Come no!»
«Ciri. Stiamo combattendo. Sono il tuo avversario. Voglio e devo vincerti, ne va della mia vita. Sono più alto e più forte di te, perciò cercherò ogni occasione per assestare colpi su cui sfondare la tua parata, come hai visto un attimo fa. A che mi serve fare una piroetta? Sono già pronto ad attaccare da sinistra, guarda. Cosa c'è di più facile che colpire col pugno di seconda sotto l'ascella, all'interno del braccio? Se ti recido l'arteria, morirai nel giro di pochi minuti. Difenditi!»
«Ah!»
«Molto bene. Una bella parata veloce. Vedi come torna utile esercitare il polso? E adesso attenta: molti schermidori commettono l'errore di fare una parata a piè fermo, di arrestarsi un istante, e allora si può sorprenderli, colpirli... così!»
«Ah!»
«Ottimo! Ma salta indietro, subito, fai una piroetta! Potrei avere un pugnale nella sinistra! Bene! Molto bene" E ora, Ciri? Cosa farò adesso?»
«Come faccio a saperlo?»
«Osserva i miei piedi! Come ho distribuito il peso del corpo? Cosa posso fare da questa posizione?»
«Tutto!»
Il Sangue degli Elfi, pag. 126 - 127 
Vi risparmio il resto, ma non era finito lì. Ora: al di là che sembra di veder combattere il paladino AlexMcAirt contro il cavaliere nero AbrahamVanHelsing a Extremelot, al di là che Sapkwoski deve aver imparato scherma da un derviscio con tutte queste piroette, quello che vedo io è il nulla. Nero. Sembra di ascoltare un audiolibro in cui per di più non viene detto nulla di quello che succede.


L'inspiegabile copertina dell'edizione spagnola, che mostra Ranuncolo,
l'amico bardo di Geralt, che comparirà in una ventina pagine massimo.

Perché, prologo a parte che è molto dinamico, per tutto il romanzo si verificano tre casi:
  • descrizione statica di un paesaggio e di un personaggio, in cui Andrzej si dimostra molto bravo, e attento a particolari che pochi altri introdurrebbero;
  • parole, parole, parole;
  • monologhi da una pagina in cui viene fatto del chiaro infodump non richiesto e, ciò che è peggio, non necessario.
Non c'è altro.
Scordatevi la dinamicità dei racconti, l'approfondimento psicologico di Geralt. In Ciri non c'è niente da approfondire: è una piagnona instabile probabilmente infatuata di Geralt, come ogni altra femmina esistente è ovvio, che vede in Yennefer un po' una mentore, un po' una rivale. Yennefer è una donna dal cuore d'oro ma che si dimostra fredda e superficiale perché ha paura dei sentimenti. Non so, devo andare avanti?
Geralt. Geralt è la spina nel fianco: non ricordo in qualche discussione drJack sostenesse che lui fosse un personaggio tutt'altro che morale e buono; beh, non solo Geralt è un buonista, ma è anche un moralista. Per bocca sua Sapkwoski parla dei pogrom e del razzismo, ma lo fa in una maniera becera e per di più presuntuosa, dando dell'imbecille al lettore nel momento in cui deve ripetere questo concetto ogni cinque pagine, con chiunque che sembra farti gomitino gomitino e dirti: se non l'hai ancora capito mettere gli elfi nelle riserve o spingerli verso le montagne non è giusto.
Grazie, Andrzej: il nostro mondo del resto è così pacifico e giusto che non ci eravamo mai accorti di tutto questo, avevamo bisogno della tua metafora con elfi e nani. Sinceramente: anche no.

Le verità scomode sulla guerra, la bambina predestinata (spoiler: discendente degli elfi), le donne perennemente mestruate, la trovata di un inserto enciclopedico a inizio capitolo che quantomeno gli autori italiani lasciavano come espediente solo a inizio libro, o sezione, e qui invece si verifica a ogni capitolo, i deus ex machina che non perdono occasione per mostrarci quanto Geralt sia buono e inevitabilmente obnubilato dalla gnocca tanto da salvare qualsiasi fanciulla sul suo cammino, bastano per dire che il romanzo di Sapkwoski è mediocre e al di sotto di ogni aspettativa generata dai brillanti racconti de "Il guardiano degli innocenti", che già scricchiolava a conti fatti nella struttura narrativa de "La spada del destino".
In quest'ultima, infatti, Sapkwoski aveva già iniziato a dare sfoggio delle sue conoscenze economiche, e il racconto con il mutaforma banchiere era un esempio di letteratura così pruriginoso da avermi indotto ad abbandonare l'antologia per una settimana. Qui l'effetto si moltiplica: si parla di politica, di economia, di tracolli finanziari, lettere di cambio, basta, basta, basta.
Non ci interessa un trattato di economia se prendiamo un romanzo che nel titolo richiama sangue ed elfi e alla fine della fiera ci ritroviamo con un ottimo prologo e poi Geralt che riprende a girare a vuoto come nei racconti e Ciri che diventa donna. Nobody cares, Sapkwoski.

Specie quando è espresso così:
«Smettila. Smettila, ti prego.»
«No, Geralt. Non smetto. Perché tu vuoi sapere che cos'è successo là, sul Colle. Dunque ascolta. C'erano frastuono e fiamme, c'erano dardi luminosi e sfere di fuoco che esplodevano, c'erano grida e strepiti e , d'un tratto, mi sono ritrovata a terra, su un mucchio di stracci carbonizzati e fumanti, e di colpo ho capito che quel mucchio di stracci era, Yoel, e che la cosa accanto a lui, quella cosa orrenda, quel tronco senza braccia né gambe che gridava in maniera così macabra, era Koral. E ho pensato che il sangue nel quale giacevo fosse quello di Koral. Invece era il mio. allora ho visto cosa mi avevano fatto e mi sono messa a urlare come un cane bastonato... Lasciami! Non temere, non mi metterò a piangere. Non sono più la bambina della torretta di Maribor. Maledizione, sono Triss Merigold, Quattordicesima Vittima della battaglia di Sodden. Sotto l'obelisco sul Colle ci dono quattordici tombe, ma solo tredici corpi. Ti meravigli che si sia potuto verificare un simile errore? Non lo capisci? La maggior parte delle salme era ridotta in pezzi irriconoscibili, che nessuno ha identificato. Era difficile calcolare anche il numero dei vivi. Di quanti mi conoscevano bene era rimasta in vita solo Yennefer, però era diventata cieca. Gli altri mi avevano visto solo di sfuggita, e ricordavano solo i miei bei capelli. E io, maledizione, non li avevo più!»
Geralt la abbraccio più forte.
Il Sangue degli Elfi, pag. 137 - 138
Forse Geralt voleva saperlo. Ma io no. Io avrei voluto vederlo.
Chiudo con un omaggio - citazione imbarazzante:
Il decurione si diresse al passo verso il carro centrale, si piegò sulla sella e sollevò il telone. «Cosa c'è in queste botti?»
«Secondo voi? Schiavi?» chiese beffardo Yannick Brass, seduto a cassetta.
«Ho chiesto cosa c'è! Rispondete, dunque!»
«Pesci sotto sale.»
Il soldato si avvicinò al carro successivo e diede un calcio alla fiancata. «E in quelle casse?»
«Ferri di cavallo. E là dietro ci sono pelli di bufalo», bofonchiò Paulie Dahlberg.
«Vedo.» Il decurione agitò la mano, richiamò il cavallo facendo schioccare la lingua, cavalcò fino alla testa del convoglio e sguardò nel carro di Yarpen. «E chi è quella donna stesa là?»
Triss Merigold sorrise e si sollevò a fatica su un gomito facendo un breve, confuso gesto con la mano. «Chi sono io? Ma tu non mi vedi.»
Il soldato sbattè le palpebre nervoso e rabbrividì.
«Pesci sotto sale, tutto in ordine», disse, lasciando ricadere il telone. «E questa bambina?»
Il Sangue degli Elfi, pag. 185 - 186

Mi dispiace amici. La ricerca continua.


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